Viaggio alla scoperta dei Ligures tra storia e mito

da | 25/09/26 | Blog di Ohana

Capita al giorno d’oggi che si ripeta la massima latina Historia magistra vitae (“la storia è maestra di vita”), ma con questa locuzione spesso reputiamo di riferirci solo alla storia più vicina a noi.

Dei nostri Antenati più antichi sembra che ormai ce ne siamo dimenticati, forse perché a scuola si studiano poco a discapito di più “interessanti” periodi successivi, forse perché i media di massa non ne trattano nei canali tv, internet etc., comunque c’è un evidente disinteresse generale.

Con questo nuovo articolo sui Ligures si vuole, invece, porre l’attenzione sulla storia e sulla cultura dei nostri Antenati, con l’intento non solo di far conoscere questo argomento interessante, ma di far comprendere quanto dobbiamo imparare ancora da loro che vivevano profondamente connessi con il territorio, la Natura e il Cosmo.

Solo imparando queste cose potremo riallinearci alle nostre “radici”, perché, se non conosciamo da dove veniamo, non possiamo capire dove stiamo andando.

Chi erano i Ligures

Storia, territorio e identità

I Ligures sono stati uno dei popoli più antichi d’Europa, Strabone nel Geografia cita un frammento di Esiodo dove lo storico li descrive come tra i primi abitanti dell’Occidente insieme agli Etiopi e agli Sciiti.

Ancora incerta è la loro origine: alcuni studiosi propendono per un antichissimo popolo pre-indoeuropeo “mediterraneo” proveniente dalla Penisola Iberica e poi diffusosi in Francia, Inghilterra e in Italia fondendosi con i popoli locali, altri per una parte dei cosiddetti indoeuropei diffusisi nel II millennio a.C., legati o comunque influenzati dalla cultura celtica con cui hanno molto in comune.

Anche gli storici greci e latini non sapevano di preciso da dove questo popolo provenisse e sembra che neppure gli stessi Ligures avessero il ricordo delle loro origini più antiche.

Il loro territorio era molto esteso e infatti la Liguria attuale, che è la terza regione più piccola d’Italia (dopo Valle d’Aosta e Molise), era solo una sua minima parte: oltre all’omonima regione, i Ligures abitavano la parte sud-orientale della Francia (regione Provenza-Alpi-Costa Azzurra), il Piemonte, la parte occidentale e meridionale della Lombardia, quella occidentale dell’Emilia Romagna, il nord della Toscana, l’Isola d’Elba e la Corsica.

Per certi storici tracce dei Ligures si trovano nella Penisola Iberica, in Inghilterra e Scozia, in tutta la Francia, nell’Italia intera, Sardegna e Sicilia comprese e forse nei Balcani e nel Caucaso: il prefisso alb-, di chiara matrice linguistica ligure, è presente nei toponimi Albione (antica Inghilterra), Albany (antica regione scozzese), Alba Insubrum (il primo insediamento di Milano)Alba Longa (antica città del Lazio), Albula (antico nome del Tevere), Monte Albano (antico nome del Monte Cavo nei Colli Albani), Alba Fucens (antica città in Abruzzo), Albania Caucasica (antico regno nell’Azerbaijan) e l’odierno stato di Albania.

Alcuni poi hanno posto la questione se i Ligures e Ligi del Caucaso fossero lo stesso popolo, così come i Taurini e i Taurisci della Crimea, che successivamente vennero divisi dall’invasione dei popoli indoeuropei iniziata circa 5.000 anni fa.

Di natura schiva e sospettosa, ma anche di tempra forte e coraggiosa, essi sono stati un popolo diviso in molte tribù (alcune anche in lotta tra loro), che vissero in villaggi sparsi per il territorio, soprattutto arrampicati su colline o montagne denominati castellari.

Inoltre, non fondarono mai uno stato unitario o grandi città-stato e non ebbero dinastie reali (escluse pochissime eccezioni), in quanto i capi venivano eletti di volta in volta tra i condottieri più valorosi.

Vista la somiglianza in molti tratti coi celti, vi è ancora dibattito tra gli storici su quali etnie siano propriamente liguri e non celte (per alcune i Romani crearono le definizioni celto-liguri e semi-galli) e dove esse risiedessero.

Le principali sono state:

  • i Segobrigi (Provenza),
  • i Salluvi o Sali (tra Marsiglia e Ventimiglia),
  • i Vedianti (zona di Nizza),
  • i Corsi (Corsica ed estremo nord-est della Sardegna),
  • gli Intemeli (tra Ventimiglia e Diano),
  • gli Ingauni (zona di Albenga da Diano a Verezzi),
  • i Sabazi (Savonese e Finalese),
  • i Docili (da Abissola fino a Sassello e Varazze),
  • i Vituri o Veituri (ponente genovese e Val Polcevera),
  • i Genuati (zona di Genova centro e levante),
  • i Tigulli (da Santa Margherita a Framura),
  • i Sengauni (zona di La Spezia),
  • gli Apuani (Lunigiana, Garfagnana e Versilia),
  • i Bagienni o Vagienni (Langhe),
  • gli Epanteri (Alte Langhe e Val Bormida),
  • gli Stazielli (zona di Acqui Terme),
  • i Cavaturini (tra Cavatore e Gavi),
  • i Dectunini o Dertonini (zona di Tortona e Novi Ligure),
  • i Libui (zona di Vercelli),
  • i Taurini (valli di Susa e Lanzo),
  • i Levi (zona di Pavia e Lomellina con infiltrazioni fino in Liguria come a Levi),
  • i Marici (tra Alessandria e Piacenza),
  • i Friniati (zona di Parma, Reggio Emilia e Modena) e
  • gli Ilvati o Veleiati (tra Parma e Piacenza con infiltrazioni anche sull’Isola d’Elba).

Di queste ad esempio gli Ingauni, gli Apuani, i Friniati e i Vituri sono ormai considerate dagli studiosi come confederazioni tra tribù.

Vista la quantità davvero considerevole di popoli, per alcuni di loro, provenienti dai luoghi più impervi delle Alpi Marittime e dell’Appennino ligure, gli stessi storici romani usano nomi generici come Ligures Capillati o Comati (ovvero “dalle lunghe chiome”), poiché non si sapeva di preciso chi fossero.

Nemmeno per far fronte comune a popoli invasori queste tribù riuscirono ad essere unite, infatti nel caso delle Guerre Puniche alcuni gruppi di Ligures appoggiarono i Cartaginesi (come i savonesi Sabazi), altri i Romani (come i genovesi Genuati).

Forse fu proprio da questa prima contrapposizione che nacque la storica rivalità tra Savona e Genova.

Ci volle oltre un secolo ai Romani per conquistare tutto il territorio difeso molto strenuamente da queste tribù, patendo anche pesanti sconfitte come contro gli Apuani al Saltus Marcius in Versilia nel 186 a.C..

Durante questa espansione egemonica vi furono pure episodi di cruento genocidio come l’attacco al pacifico popolo degli Statielli condotto dal console Marco Popilio Lenate (con grave disappunto del Senato Romano), che distrusse la loro capitale Carystum nel 173 a.C., uccise gran parte della popolazione maschile e vendette i sopravvissuti (donne, bambini e anziani) come schiavi

Pure i Cartaginesi non furono da meno: Annibale assediò nel 218 a.C. Taurasia, la capitale dei Taurini, la rase al suolo, la bruciò e uccise barbaramente i prigionieri e gli abitanti rimasti per terrorizzare i popoli vicini ed avere la loro alleanza militare.

Gli Apuani furono tra i popoli che si difesero più a lungo, ma alla fine ebbero un triste epilogo: sconfitti vennero deportati in massa (circa 47.000 tra uomini, donne e bambini) in due tornate in terre precedentemente confiscate ai Sanniti (presso l’odierna Circello in provincia di Benevento) come forza lavoro agricola e chiamati in segno di disonore Liguri Bebiani e Liguri Corneliani, dai nomi dei generali romani che li avevano sconfitti.

Altre tribù liguri e celte presso la Val di Susa si riunirono invece sotto i re Donno e Cozio, nel cosiddetto Regno di Cozio, e riuscirono ad avere una convivenza pacifica e fiorente, stringendo però un patto di collaborazione con Roma che fece diventare il loro regno una provincia imperiale.

Solo nel 6 a.C. l’imperatore Augusto poté considerare conclusa la campagna di conquista di questo territorio e edificare nell’odierna La Turbie in Francia sulle Alpi Marittime un trofeo, un monumento celebrante il suo trionfo militare con riportato un lungo elenco di tribù sconfitte.

Perciò la Liguria divenne la Regio IX dell’Impero Romano con un territorio che andava dal fiume Magra ad est al fiume Varo ad ovest, dal Po al nord fino al Mar Ligure a sud.

L’economia dei Ligures era essenziale, vivevano di pastorizia (ovini e caprini), di pesca, di agricoltura (orzo, farro, legumi), dove lo spazio lo consentiva, e di quello che il territorio poteva offrire spontaneamente come frutti e castagne.

Non conoscevano la coltivazione della vite, che fu importata dai Romani, ma fabbricavano birra dalla fermentazione dei cereali. 

Erano gente forte e abituata a vivere in posti impervi: profondi conoscitori dei luoghi, sapevano servirsi al massimo di un territorio montuoso fatto di rocce, di pendii e di poco spazio.

A tal proposito celebre è il verso virgiliano tratto dal secondo libro delle Georgiche “…adsuetumque malo Ligurem…” col significato che il “Ligure è abituato al disagio” visto la terra difficile che abitava.

Gli storici latini ci hanno trasmesso ritratti non solo di uomini, ma anche di donne: di queste si loda la tenacia pari a quella maschile nel lavorare duramente, anche durante il periodo di gravidanza o appena partorito.

Furono famosi come mercenari, lodati per essere dei fanti leggeri veloci, coraggiosi e leali, e molti eserciti dell’epoca li schierano in battaglia.

Dai ritrovamenti archeologici si è capito come la maggior parte delle tribù avesse contatti commerciali che si spingevano molto lontano, non solo via mare ma anche via terra.

Per la presenza di ambra (scoperta nei corredi funebri delle loro tombe) che i Ligures probabilmente lavoravano, i loro traffici forse avevano raggiunto anche le coste baltiche, ma sicuramente erano in contatto ed avevano scambi commerciali con gli Etruschi, con i Greci della colonia di Massalia (Marsiglia) e con i Celti.

Le origini di Genova: dal mito alle ipotesi archeologiche

Se fino a pochi decenni fa tutti gli studiosi erano concordi sulle origini della città di Genova, le ultime scoperte hanno aperto un accanito dibattito non solo su dove effettivamente sia sorto il primo abitato, ma anche su quale popolo lo avrebbe edificato.

La questione verte anche sull’origine del toponimo, poiché capire da quale parola o lingua antica derivi può essere un elemento chiave nel risolvere questo enigma della storia.

Ormai è chiaro che alcune etimologie, anche se trasmesse da famosi ed importanti personaggi storici, sono frutto di errate interpretazioni o fantasiose spiegazioni: nel Medioevo il toponimo venne alterato (forse per togliere ogni riferimento alla cultura dei pagani Ligures) dal nome Genua, trasmessoci dagli storici romani, a Janua, che in latino significava “porta di ingresso” e ben si adattava alla natura portuale della città.

Da ciò nacque la leggenda, tramandataci verso la fine del 1200 nella Chronica Civitatis Ianuensis dall’arcivescovo medievale di Genova e famoso agiografo Jacopo da Varagine, che a fondare la città fosse stato il mitico dio Giano (Janus), descritto come primo re d’Italia, facente parte della progenie dei giganti e pronipote di Noè, che fondò Janua al tempo di Abramo sulla collina di Castello dopo essere sbarcato nell’insenatura dalla foce del Rio Torbido, ora interrato.

Queste zone infatti presero da lui il nome: la foce del Rio Torbido fu chiamata Sinus Jani, il Seno di Giano, mentre la cima del colle di Castello fu chiamata Sarzano da Arx Jani, la Roccia di Giano.

Inoltre, forse per emulare l’Eneide virgiliana, Jacopo da Varagine cita anche, un successivo Giano, principe esule troiano, esperto in astrologia, che, navigando con i suoi compagni alla ricerca di un luogo salubre e sicuro dove governare, trovò la città di Janua protetta dal mare e dai monti e perciò divenne un suo re, rendendola poi grande nel nome e nella potenza (nella Cattedrale di San Lorenzo sono presenti due lastre in marmo con gli estratti da queste cronache).

Il dio Giano Bifronte come dio delle porte e dei passaggi, con due facce opposte, una di un anziano e l’altra di un giovane (aveva la capacità di vedere sia nel passato che nel futuro), poteva essere il simbolo perfetto di una città portuale che a livello commerciale guardava contemporaneamente sia al mare che ai monti, visto che da essa partiva la via Postumia, che passando l’Appennino ligure, arrivava fino ad Aquileia nell’odierno Friuli-Venezia Giulia.

Un’altra teoria, di cui non vi sono né evidenze e né prove a conferma, vuole interpretare il nome in dialetto Zena, che pronunciava il nome della città antica, e farlo derivare dal greco xenos (straniero) per indicare una città portuale dove avvenivano scambi tra popoli lontani.

Alla luce di quanto, oggi per gli storici sono da considerare solo due ipotesi che possiedono una solida base archeologica: una “etrusca” dal nome Kainua (città nuova), una “celtica” dal termine genawa (“ginocchio” e poi figuratamente “foce” o “insenatura”), tradotto poi nell’equivalente latino genu.

Dagli scavi condotti nel dopoguerra (anni 1952-1954 e 1965-1992) sul colle di Castello nella zona dell’ex-monastero di San Silvestro devastata dai bombardamenti dell’ultimo conflitto bellico, vennero alla luce i resti di un primitivo insediamento datato intorno al V secolo a.C. con abitazioni e muretti a secco, alcuni nella parte occidentale degli scavi con tracce di incendio, che venne identificato con l’episodio tramandatoci dagli storici antichi del saccheggio e distruzione dell’oppidum di Genua da parte del generale cartaginese Magone nel 205 a.C. durante la Seconda Guerra Punica.

Vennero anche scoperte porzioni di un antico approdo marittimo, collegato all’oppidum, nella zona del Mandraccio (il cui toponimo si riferisce al termine marinaro mandracchio col significato di “specchio d’acqua dentro ad un porto”) dove oggi è situata la Chiesa di Santa Maria delle Grazie e la sottostante Cripta dei Santi Nazario e Celso.

Da questi scavi vennero fuori molti oggetti di origine etrusca datati dal V al III secolo a.C., da vasi in terracotta a statuette in bronzo, che fecero intuire agli studiosi che lì vi fosse un antichissimo emporio etrusco, precedente all’oppidum dei Ligures.

Ciò è stato un’ulteriore conferma di come gli Etruschi, abilissimi mercanti dell’epoca che esportavano soprattutto olio e vino pregiati, avessero creato una fitta rete di porti commerciali sulla costa ligure di levante, come ad esempio presso Ameglia, Chiavari e Camogli.

I rapporti tra questo popolo e i Ligures Genuati dovevano essere così strettamente connessi per questioni commerciali che nella stessa zona essi eressero l’oppidum inglobando l’emporio e forse favorirono unioni tra le due etnie, come sembrerebbero indicare alcune sepolture della necropoli di preromana di Genova.

Pur essendoci stata già una città etrusca di nome Kainua (città nuova) in Emilia Romagna nei pressi di Marzabotto, alcuni studiosi hanno pensato che il toponimo di Genova potesse derivare dallo stesso nome, visto il primitivo emporio.

Un acceso dibattito, invece, riguarda l’eventuale origine dalla parola celtica genawa (“ginocchio”, poi figuratamente “foce” o “insenatura”) tradotta poi nel termine omonimo latino genu: se nell’oppidum della collina di Castello (il cui toponimo deriva proprio dall’antichissimo castellum dei Ligures) abbiamo due “ginocchia” (genua è il nominativo plurale di genu) ovvero sia il Seno di Giano, la foce del rio Torbido (ora interrato) tra le colline di Sarzano e Carignano, che l’insenatura del Mandraccio tra la collina di Sarzano e un promontorio (che sarà chiamato in epoca successiva Promontorio del Porto Antico), con la scoperta di un primitivo insediamento in piazza Brignole su un’antica ansa del torrente Bisagno ormai scomparsa, è nato un nuovo “Derby della Lanterna” tra storici su quale fosse la Genova più antica.

Tra il 2005 e il 2008, infatti, durante i lavori dell’ampliamento della linea della metropolitana cittadina, in Piazza Brignole furono trovati i resti di un villaggio di palafitte del Neolitico Medio databile tra i 3900 e i 3500 a.C.; dai reperti si è evinto che gli abitanti di questo villaggio si dedicassero all’agricoltura, alla pastorizia e alla pesca.

Sono stati portati alla luce anche un muretto a secco in pietra (ora esposto nell’Archeometro 2 di Stazione Brignole), che correva parallelo al letto di un corso d’acqua stagionale ormai scomparso, e dall’altra sponda un’analoga struttura circolare sempre in pietra a secco, entrambi dell’Età del Bronzo e datati intorno ai 2200-1800 a.C..

Ciò dimostra come questo sito, che è tra i più antichi finora scoperti nella zona di Genova, sia stato abitato per molto tempo e inoltre, vista la sua vicinanza alla foce del Bisagno, ha fatto pensare ad alcuni studiosi che lì vi fosse un primitivo approdo fluviale.

Proprio questa foce sarebbe il genawa da cui deriverebbe il nome di Genova e, se così fosse, la città andrebbe messa in correlazione con un’altra derivante dallo stesso termine: la svizzera Ginevra (l’antica Genava), porto lacustre sull’omonimo lago.

Inoltre, Giulio Cesare nel suo De Bello Gallico chiama la stessa città di Ginevra Genua (forse traducendo il nome dal celtico) e ciò potrebbe essere una riprova di questa teoria che mette in connessione i due porti.

Aspettando nuove scoperte archeologiche, che chiariscano una volta per tutte l’origine di Genova e del suo nome, gli storici continueranno ad essere divisi e a “fare il tifo” per l’una e l’altra teoria.

La Tavola di Polcevera: una disputa tra Ligures al tempo dei Romani

Quando nel 1506 nel greto del torrente Pernecco a Pedemonte di Serra Riccò fu trovata da un contadino del luogo intento a dissodare un suo terreno una tavola bronzea con scritte in latino di epoca romana, la notizia ebbe tanta eco che l’allora Repubblica di Genova la acquistò per studiarla.

Già all’epoca si era capito il grande valore storico di un simile documento, nel quale veniva consegnata ai posteri una “fotografia” sui rapporti tra tribù dei Ligures nella Val Polcevera durante la romanizzazione, sulla toponomastica dell’epoca (con nomi originari liguri), sul diritto romano applicato ai contesti particolari dei territori periferici e sullo sviluppo economico legato alla via Postumia.

La tavola riporta, infatti, il testo della sentenza di due famosi magistrati dell’epoca, i fratelli Marco e Quinto Minucio, che fu emanata alle idi di dicembre (il 13 dicembre) dell’anno 117 a.C. per decreto del Senato davanti ai legati delle due parti, da un lato quelli della sottotribù dei Langensi o Langati (della tribù dei Vituri) e dall’altro quelli della tribù dei Genuati.

A loro vennero consegnate poi due tavole in bronzo riportanti incisa la sentenza da appendere nel luogo centrale del loro abitato e quella ritrovata a Pedemonte era probabilmente dei Langensi.

La vicenda e gli antefatti a cui la sentenza fa riferimento sono stati ricostruiti nel dettaglio dagli esperti con l’aiuto delle fonti storiche: nel II secolo a.C. tra i Langensi di Langasco e i Genuati di Genua scoppiò una querelle su chi avesse giurisdizione per lo sfruttamento dei terreni nella zona odierna di Campomorone intorno a Langasco.

La disputa divenne tanto grande che scoppiarono disordini (nella sentenza si menzionano Langensi arrestati per ingiurie) e il Senato Romano decise di intervenire inviando i magistrati Minucio, figli del console Quinto Minucio Rufo, conosciuto da Ligures poiché ottant’anni prima la sentenza, nel 197 a.C., aveva usato Genua come base logistica delle operazioni contro i Galli Boi e i Ligures della Pianura Padana.

Visto che Genua era diventata una civitas foederata con Roma (ovvero ne era diventata alleata con un trattato), tutto l’entroterra compreso anche il territorio di Langasco era passato sotto la sua giurisdizione, perció i Genuati, che avevano bisogno di legna per la costruzione di navi e battelli, volevano che in quei terreni vi fossero molti più boschi che prati.

I Langensi, invece, il cui castellaro era situato strategicamente sulla via Postumia (da poco inaugurata nel 148 a.C.) e che collegava Genua ad Aquileia (scalo marittimo ora in provincia di Udine), volevano poter sfruttare quelle zone disboscandole per creare prati da foraggio da vendere a viandanti e mercanti, che transitavano lungo la via romana, per il proprio cavallo.

Si stava manifestando un contrasto di due diverse mentalità: quella dei Langensi, ancora legata ai vecchi modelli tribali dei Ligures dove chi viveva in un territorio poteva sfruttarlo, e quella dei Genuati, ormai romanizzati, dove secondo il nuovo ordinamento vi era il predominio della civitas foederata su tutta la regione ad essa assegnata.

I magistrati romani, comunque, diedero una sentenza di natura “politica” in quanto, da un lato dovevano privilegiare la Genua federata sul piccolo castellaro di Langasco e ribadire i principi amministrativi romani, pur lasciando alcune delle loro consuetudini (una città federata stipulando un accordo con Roma godeva di una certa libertà amministrativa), dall’altro però necessitavano di pacificare i dissidi tra tribù e rendere sicura e percorribile l’importante via Postumia.

Così anche i Langensi ebbero alcune, se pur piccole, concessioni tra cui la liberazione degli arrestati.

Nella sentenza, quindi, vengono riconosciuti i confini geografici (di solito monti e corsi d’acqua), nei quali si trovava il non molto esteso territorio privato dei Langensi (ager privatus), all’interno del territorio di proprietà di Genua (ager pubblicus), che però veniva dato in possesso e non in proprietà ai Langensi previo pagamento all’erario della stessa Genua di 400 vittoriati annui (la moneta dell’epoca).

Intorno a questo territorio il terreno sulle alte costiere montane restava a libero accesso di tutti sia per il pascolo che per la raccolta del legname (ager compascuus).

I magistrati decisero che l’ager publicus si potesse utilizzare come prati per il foraggio ma che la loro superficie non dovesse superare quella dell’estate precedente (per lasciare spazio ai boschi che servivano ai Genuati) e che chi avesse già un territorio privato in questo ager prima della sentenza poteva tenerlo, pagando però un canone in proporzione ai Langati, la cui assemblea decideva su chi potesse detenere lotti di queste terre.

Inoltre venne chiarito che l’ager compascuus potesse essere utilizzato promisquamente sia il foraggio che per la raccolta del legname e che nessuno dovesse proibire di fare nè l’una e nè l’altra attività.

Dalla sentenza però si può trarre ancora una considerazione: la frammentazione dei Ligures in tantissime tribù, sottotribù e clan (solo nella Tavola di Polcevera sono citati, oltre ai Genuati e ai Vituri Langensi, anche gli Odiati, i Dectunini, i Cavaturini e i Mentovini), se ha permesso di resistere più a lungo dalle mire imperialiste romane, dall’altro non ha permesso la coesione tra queste, il sentirsi un unico popolo, e anzi ha creato costanti divergenze come durante le Guerre Puniche, dove alcune tribù appoggiarono i Cartaginesi e altre i Romani.

Soprattutto tra i Ligures della costa e quelli dei monti rimasero sempre odi insanabili, come ad esempio tra gli Ingauni ed Epanteri, che solo la romanizzazione forzata lentamente fece diminuire (per secoli continuò a non scorrere buon sangue tra le città della costa e i comuni dell’entroterra).

I Romani per delimitare questi territori fecero erigere dei termini, cippi in pietra fatti di metagabro e senza iscrizioni incise, forse per rendersi comprensibili dai popoli dei Ligures che avevano profonde radici nel Megalitismo.

Dei 21 termini posti solo pochissimi sono stati trovati: uno a Campomorone in località Prato del Gatto e un altro sotto le acque del lago artificiale della Busalletta.

Anche se ancora in fase di studio, altri possibili termini sarebbero: uno presso le falde del Bric Roncasci e un altro ad ovest del Passo della Bocchetta sulla cresta che congiunge il Monte Leco e il Monte Baracche.

Le misteriose origini della parola “Ligure”: ipotesi a confronto

Come per le origini delle tribù dei Ligures sulle quali sono state formulate varie teorie dagli studiosi di cui solo alcune sono risultate comprovate da scoperte archeologiche, così anche per la genesi del termine “ligure” sono state postulate ipotesi etimologiche diverse, senza però al momento aver chiarito questo mistero.

Non sappiamo come i Ligures chiamassero essi stessi, visto che non hanno lasciato documenti scritti, e anche il grido “Ambrones!” durante la battaglia di Aquae Sextiae narrato da Plutarco non ha aiutato gli studiosi a risolvere questo enigma, anzi lo ha complicato.

La parola “ligure” ci è stata tramandata dagli scrittori greci e romani che l’hanno riportata nei loro testi sotto però varie forme, come ad esempio lygures, lygires, lygies, ligyes, libies etc..

E proprio sulle diverse forme che è nato il problema di capire a quale origine si dovesse far risalire l’etimologia, perché ogni variazione grafica contiene un diverso significato.

Inoltre nei dialetti popolari della Liguria il termine “ligure” non veniva usato, in quanto gli abitanti si identificavano o dal paese o dal territorio di origine (ad esempio zeneise per genovese).

La stessa regione poi, dopo l’epoca romana, non è stata più riconosciuta come Liguria ma come Genovesato, visto che quasi tutto il territorio nei secoli fu sotto il dominio o il controllo della Repubblica di Genova, e solo con la riorganizzazione amministrativa operata da Napoleone nell’Italia occupata che fu riusato, nell’ottica generale di ricollegarsi idealmente all’Impero Romano, il nome Liguria. 

Comunque, analizzando le varie teorie sull’etimologia, risultano ormai superate le ipotesi che la parola lygues deriverebbe da lybues e che quindi i Ligures sarebbero stati confusi dagli storici antichi con i Libici, forse perché originari della loro terra o addirittura imparentati con loro, così come dalla misteriosa pietra Liggurion, le cui proprietà tramandateci risultano simili a quelle dell’ambra (pietra che sicuramente i Ligures lavoravano e commerciavano).

Similmente anche un’origine “mediterranea” dall’antico basco dalle radici li (popolo) e gor (altura) col significato di “popolo di montanari” o un’origine indoeuropea da leigh (“leccare”) poi passata nel verbo latino ligurrire col significato di “mangiare con avidità” e per traslato di “essere un parassita”, anche se è vero che molte tribù dei Ligures sia della costa che dell’entroterra si dedicarono alla pirateria o alla predoneria, non risultano fondate.

Due ipotesi sono invece fondate e oggi godono del più ampio consenso da parte degli studiosi.

La prima riguarda un’origine dalla radice preindoeuropea liga col significato di “fango, palude” (quindi di popolo abitante zone acquitrinose), forse perché i coloni greci provenienti da Focea incontrarono le prime le tribù dei Ligures nell’odierna Francia nella zona paludosa delle Bocche del Rodano, come anche ricordato nei miti dell’undicesima fatica di Eracle e delle nozze tra Gyptis e Protis.

Anche il nome di un altro fiume francese, la Loira (anticamente chiamato Liger), deriva dalla stessa radice.

La seconda invece si riferisce alla parola greca ligys (“canoro” ma anche “stridulo”) forse perchè era un popolo dedito al canto (come farebbe riferimento il mito del re Cycno) oppure perchè prima di una battaglia urlava canti di guerra.

Comunque, nell’odierno dialetto ligure col nome lugaru si chiama il lucherino, un piccolo uccello passeriforme dal cinguettio molto vivace.

Miti e religione

Dal Re Cycno all’undicesima Fatica di Ercole: i miti tramandatici sui Ligures

Anche sui Ligures, come per tutti i popoli antichi, sono state tramandati racconti mitologici che rielaborano nella fantasia del mito fatti accaduti o cercano di dare una spiegazione a quello che all’epoca risultava avvolto dal mistero perché reputato prodigioso (ad esempio i fenomeni naturali).

Come per le loro vicende storiche, non sono stati direttamente i Ligures (che non ci hanno lasciato fonti scritte) ma i Greci e i Romani ad aver provveduto a riportare nelle proprie opere, sia letterarie che storiografiche, queste tradizioni che probabilmente venivano tramandate oralmente.

Tra i miti che conosciamo sicuramente il più importante è quello che riguarda la storia del re dei Ligures Cycno, figlio di Stenelo, che fu trasformato dagli dei in uno splendido cigno.

La storia, narrata nelle opere di Esiodo e poi ripresa con alcune modifiche da Ovidio nelle sue famose Metamorfosi, racconta di Fetonte, figlio del dio Helios o di Febo Apollo, che, per dimostrare le sue origini divine al padre o all’amico Epafo che lo aveva sfidato, chiede al dio di guidare il carro del sole.

Egli per inesperienza però non riesce a tenere alla briglia i cavalli, i quali in un primo momento vanno troppo in alto e il carro solare incendia il cielo (la cui cicatrice diventa la Via Lattea), poi vanno troppo in basso e incendia la terra, rendendo deserta la Libia e bruciando la pelle agli abitanti dell’Africa e dell’India che diventa scura.

Gli uomini allora supplicano Zeus di salvarli dall’annientamento e egli decide di fermare Fetonte uccidendolo, scagliandogli addosso un fulmine e facendolo precipitare presso la foce del fiume Eridano, che per gli antichi veniva identificato o con il Po o con il Rodano.

Cycno, parente dello stesso Fetonte, grande amico e forse amante, piange amaramente per l’accaduto e le sue grida e lamenti commuovono a tal punto gli dei che lo trasmutano in un cigno, che per tradizione “canta” in punto di morte.

Anche le Elidi, sorelle di Fetonte e ospiti di Cycno, piangono tristemente e loro vengono trasformate dagli dei in pioppi e le lacrime in ambra.

Virgilio nel X libro dell’Eneide dà una versione un poco diversa della vicenda: Cycno viene portato in cielo e diventa la Costellazione del Cigno.

Da questo mito si comprende come il cigno fosse un animale importantissimo per i Ligures (forse perchè furono un popolo dedito al canto o forse perchè urlavano canti di guerra prima dei combattimenti) e infatti si narra che sui loro scudi fosse rappresentato questo animale.

A Naves in Nuova Aquitania (Francia) è stato trovato un bellissimo elmo in bronzo del IV-II secolo a.C. di origine gallica/ligure che raffigura questo animale e anche nel vicino mondo etrusco sono state trovate statuette in bronzo con guerrieri indossanti elmi a forma di cigno.

Sempre nel X libro dell’Eneide virgiliana vengono citati i capi guerrieri liguri Cunaro e Cupavone, quest’ultimo figlio di Cycno e con indosso un elmo con piume di cigno in memoria del padre.

Interessante poi il riferimento all’ambra, la quale sembra che i Ligures la lavorassero e la commerciassero, forse avendo aperta una tratta direttamente con il Mar Baltico, come testimoniano alcuni ritrovamenti nei corredi funebri delle necropoli preromane di Genova e Chiavari.

Nei frammenti citati da altri scrittori della perduta tragedia Prometeo Liberato di Eschilo si racconta che Eracle (Ercole), di ritorno dall’undicesima fatica dove aveva recuperato i pomi d’oro dal Giardino dell’Esperidi, percorrendo i territori dell’odierna Spagna e Francia, giungesse dalla foce del fiume Rodano e lì venisse attaccato da bellicosi Ligures sotto la guida dei capi Albione e Ligure, figli del dio dei mari Poseidone.

Come predetto all’eroe greco dallo stesso Prometeo, egli finì le frecce e non aveva altra arma da usare contro gli assalitori, ma Zeus suo padre, vedendolo prossimo a venir sconfitto, venne in aiuto di Eracle facendo piovere una gragnola di pietre che poterono essere da lui utilizzate per mettere in fuga i suoi nemici (dalla foce del Rodano a Plane de la Crau sono presenti milioni di ciottoli levigati portati nelle ere geologiche dal fiume).

Vinta questa battaglia, Eracle si mise a ripulire i valichi alpini tra l’odierna Francia e l’Italia dai Ligures che si dedicavano al banditismo.

Anche questo racconto ci fornisce la spiegazione mitica dei contrasti tra i Ligures delle Bocche del Rodano e i colonizzatori greci, prima che quest’ultimi riuscissero a domare i primi e a instaurare con loro pacifici rapporti commerciali.

Narrano, infatti, vari autori antichi tra cui Giustino nella Historiarum Philippicarum Pompei Trogi che naviganti greci provenienti da Focea, città dell’Asia Minore, guidati dai capi Protis e Simos e accompagnati dalla nobile matrona Aristarché di Efeso (incaricata dalla dea Artemide di portare con sé nella nuova terra una sua immagine), approdarono nella parte orientale dell’odierno Golfo del Leone in Francia.

In quei luoghi Nanno, re dei Ligures Segobrigi, stava celebrando le nozze di sua figlia Gyptis o Petta e invitò i due capi greci al banchetto.

La ragazza, secondo il loro costume, doveva scegliere liberamente tra i convitati il proprio marito porgendogli una coppa piena d’acqua e lei la porse a Protis, così, come regalo di nozze, re Nanno concesse ai greci una porzione dei suoi territori e su questa venne fondata la colonia di Massalia (l’odierna Marsiglia).

Morto Nanno successe al trono il figlio Comano, fratello di Gyptis, che tentò di impadronirsi della città attaccandola, ma venne sconfitto e ucciso insieme a 7.000 dei suoi uomini da Protis, grazie alle rivelazioni di una donna ligure della corte dei Segobrigi legata sentimentalmente a un greco.

Catumando, nuovo re, volle vendicare la morte del suo predecessore, ma, durante l’assedio alla città, ebbe la visione della dea Atena che gli ordinò di fare pace con i greci e così atterrito interruppe le ostilità e chiese di entrare dentro Massalia per adorare la dea, alla cui statua donò una collana d’oro come segno di amicizia duratura.

Religione, ritualità e visione del Mondo

Non possedendo testi scritti dei Ligures, solo le scoperte archeologiche, alcuni toponimi nel territorio e taluni riferimenti di storici latini e greci possono farci capire la loro religione e i loro riti.

Avevano una visione del Mondo, come molte culture arcaiche, di natura animista con un forte senso del sacro radicato nella Natura, dove montagne, corsi d’acqua, rocce etc. erano per loro divinità da rispettare e venerare con riti o sacrifici.

Pertanto, molte strutture iniziatico-religiose, dai massi-altari ai cromlech, dai dolmen ai massi incisi con coppelle sacrificali, sono presenti all’interno di boschi o sui crinali di montagne perchè reputati sacri in quanto sedi della divinità.

Per compiere i loro riti legati a Madre Terra e a Padre Cielo avevano dei sacerdoti-sciamani i quali sapevano riconoscere e trovare le zone dove scorrevano maggiormente le energie sottili della Terra.

Come molte culture antiche, avevano culti legati al sole e al rapporto luce-ombra durante le stagioni dell’anno: il dio Belenos o Belanu, dio solare di origine celtica, della conoscenza, della rinascita, della fecondità e della guarigione, era infatti considerato una delle più importanti divinità, che veniva celebrato soprattutto durante i Solstizi, a cui molte strutture megalitiche sono orientate (come ad esempio la Strada Megalitica di Alpicella).

Da molti toponimi presenti nel territorio si è evinto che venerassero anche il dio celtico Penn (che i Romani trasmutarono in Giove Pennino), legato al cosiddetto “culto delle vette” ed alla protezione delle vallate.

I nomi del Monte Beigua nell’Appennino Ligure (provincia di Savona) e del Mont Bégo nelle Alpi Marittime francesi (regione della Provenza-Alpi-Costa Azzurra), dalle cui vette si vedono l’un l’altro, molto probabilmente derivano entrambi dal dio dei monti Begu o Baigus (una versione ligure del dio pirenaico Baigorix), che dominava le forze della Natura (vento, neve, temporali etc.) e di cui i pastori invocavano la protezione per sè e i propri greggi.

Questi monti forse ne erano le aree sacre dedicate al suo culto, infatti negli oltre 50.000 petroglifi della Vallée des Merveilles ad esempio si trovano rappresentate migliaia di figure stilizzate di tori e di arieti (alcune volte solo corna), che probabilmente si riferiscono al culto di questo dio e che ne dovrebbero rappresentare la sua regalità e grande potenza.

Nei pressi di Diano Marina invece sembra si venerasse il dio celtico Borman o Borvo, signore delle fonti d’acqua sorgiva e termale e quindi anche dio della salute: ancora dopo la conquista romana la zona compresa tra Capo Berta e Capo Cervo veniva chiamata Locus Bormani (bosco sacro di Borman).

Come divinità minori si possono citare ad esempio: il dio celtico del tuono e del fulmine Tarinas a cui era dedicato il Monte Tarinè in provincia di Savona, il dio della guerra Camulos, sempre di origine celtica, probabilmente venerato a Camogli (l’antica Villa Camuli), sul Bric Camulà e sul Bric Camulera in provincia di Savona, il dio apuano dei boschi Silvan (derivato dal dio Selvans etrusco) e la dea celtica delle acque Souconna, a cui forse è stata dedicata la città di Savona.

Come luoghi considerati sacri, invece, possono essere annoverati per quanto riguarda il cosiddetto “culto delle vette” ad esempio i monti Bégo, Beigua, Alfeo, Penna, Penice, Caprione, Sagro e Castellermo, mentre per quello “delle acque” ad esempio i torrenti Bormida e Borbera.

Vuoi viaggiare insieme a noi?

Noi di Ohana non ci fermiamo mai e durante tutto l’anno proponiamo eventi legati al territorio per continuare un lavoro energetico profondo insieme.

Insieme a noi, riscoprerai il valore di camminare sulla terra, di sentirla come una casa accogliente che ti ha permesso di creare la realtà che hai sempre desiderato.

Che tu sia genovese oppure no, certi luoghi rimangono nel cuore, proprio per la loro magia.

Abbiamo iniziato con il territorio a noi più caro, quello che custodisce le nostre radici: la Liguria.

Pian piano riscopriremo il legame gli i nostri Antenati avevano nei confronti di un territorio e scopriremo insieme come edificavano onorando il posto che avevano scelto come loro casa.

I Ligures, il popolo che ha custodito queste colline per molto tempo, sono i nostri Antenati e insieme a loro abbiamo viaggiato sul loro stesso sentiero.

Non dimenticare di continuare a seguirci sui social per scoprire i prossimi eventi a riguardo. Ti aspettiamo 🙂

Eleonora e Renato intenti a preparare i prossimi eventi di Ohana davanti al pc

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