L’eredità dei Ligures: la memoria profonda che continua a vivere nel territorio

da | 4/05/26 | Antenati

Anche se può sembrare difficile che dei popoli più antichi possano esistere ancora tracce intatte della loro presenza, invece vi sono molte memorie da riscoprire che raccontano la storia e la cultura di quegli uomini che hanno camminato prima di noi: i nostri Antenati.

Questo è il caso degli antichi Ligures dei quali, pur essendo vissuti migliaia di anni fa in un territorio in cui molte popolazioni si sono succedute e hanno sostituito quello che essi avevano lasciato (come ad esempio fecero i Romani), è ancora ben radicata la loro cultura dalle origini “misteriose” nei luoghi dove stanziavano.

In questo articolo proviamo a far riemergere dalle nebbie del tempo l’eredità — archeologica, linguistica e culturale — che i nostri Avi ci hanno lasciato e che noi possiamo riscoprire se vogliamo ritornare a sentirci parte di un mondo che dall’antichità è arrivato fino ai giorni nostri.

I “lasciti” dei Ligures: un’eredità fatta di pietra

L’eredità dei Ligures è indissolubilmente connessa al territorio in cui essi abitavano: castellari, strutture megalitiche, necropoli e petroglifi sono un esempio del “lascito” in pietra che i nostri Avi hanno edificato in armonia con la Natura e i suoi campi energetici sottili.

Nostro compito di uomini moderni è cercare di studiare queste strutture antiche, tutelandole e valorizzando anche il territorio in cui esse sono collocate e legate come un tutt’uno.

Se con pensiero libero e aperto proveremo a comprendere i profondi messaggi che esse celano, riusciremo a riconnetterci alla Natura che le circonda e così diverremo più consapevoli di noi e del posto che abbiamo nel Mondo.

Il riparo sottoroccia di Fenestrelle: un rifugio utilizzato fin dal Paleolitico

Anche in Liguria sono stati trovati molti reperti degli uomini primitivi (oggetti di uso quotidiano e armi o in pietra o in osso) in siti diventati noti a livello nazionale come i Balzi Rossi a Ventimiglia, le Grotte di Toirano o le Arene Candide nel Finalese (nelle cui grotte è stata trovata la sepoltura del famoso “principe“), che, con lo sviluppo della civiltà, sono stati poi abbandonati e mai più utilizzati.

Tra i pochi rifugi preistorici riutilizzati posteriormente dai Ligures come da altri popoli (addirittura fino al Medioevo), vi è il riparo sottoroccia di Fenestrelle ad Alpicella sulle alture di Varazze, di cui ne abbiamo già trattato sul nostro canale Youtube.

Infatti, studiando i ritrovamenti del posto, si è evinto che la grotta è stata visitata anche dopo le età preistoriche, forse per scopi ritualistici e cerimoniali, visto che tutto il territorio del Parco del Beigua è disseminato di reperti antichi con un forte legame alla sfera del sacro, come ad esempio la Strada Megalitica sempre ad Alpicella.

Lo stesso nome “Beigua”, secondo alcuni studiosi, deriverebbe (come anche il Mont Bégo) dal dio Begu o Baigus, custode delle potenti forze della Natura, e perciò invocato dai pastori come protettore del bestiame, che probabilmente veniva portato a pascolare d’estate in questi posti per l’alpeggio (come sembra indicare lo stesso nome di Alpicella).

Il riparo è situato nei boschi, immerso nel verde, in pieno contatto con la Natura, in un luogo considerato da sempre sacro e quindi forse per questo è stato reputato dagli uomini antichi fin dal Paleolitico come un posto dove eseguire cerimonie votive agli Spiriti del Bosco o altri riti di cui ormai purtroppo si è persa la memoria.

Davanti al rifugio è presente un enorme masso piatto rivolto verso il monte ferromagnetico Bric Greppino (che ha la proprietà di attirare i fulmini), che sembra fungesse da altare per eseguire delle ritualità religiose legate al cosiddetto “culto delle vette“.

Non è un caso, quindi, che nelle vicinanze altri due altari di pietra, uno al termine della Strada Megalitica e l’altro presso il Rifugio di Sant’Anna, siano rivolti allo stesso monte.

Vici, Castella e Oppida: gli insediamenti dei Ligures secondo i Romani

Secondo gli storici latini l’avanzata dei soldati romani attraverso la Liguria antica dovette avvenire, diversamente dalle loro precedenti campagne militari, non conquistando tutti i singoli insediamenti dei Ligures che vi incontravano, ma solo quelli che a livello strategico servivano alla loro avanzata verso la Gallia.

Ciò era dovuto al fatto che molte tribù erano divise in sottotribù, che e a loro volta erano formate da clan, perciò erano solite creare nuclei abitativi a sè stanti, ma in contatto con gli altri nella zona.

Questa divisione in tante piccole comunità fu da un lato un punto di forza dei Ligures contro i Romani (abituati a combattere contro regni o città-stato in battaglie su grandi campi aperti), perché essi dovevano prendere i castellari su alture perlopiù impervie, che rendevano complicate le operazioni militari, dall’altro fu uno dei motivi della loro sconfitta, in quanto questa frammentazione non permetteva tra le tribù unità di intenti nella lotta contro il nemico comune e anzi favorì odi e lotte intestine.

Le tipologie di insediamento che vengono citate sono, quindi: i vici (i villaggi), i castella (i castellari) e gli oppida (i centri tribali).

Un indizio della loro presenza in una zona è il ritrovamento di tombe o tumuli sepolcrali, mentre per gli abitati più grandi come gli oppida sono le necropoli.

Una mappa con un elenco di insediamenti degli antichi Ligures in Italia si trova a questo indirizzo:

https://www.google.com/maps/d/edit?mid=1wmkyB8p3T2PDpXGPrk9LchMhd0dXerY&usp=sharing

I vici: i villaggi di capanne nei fondovalle

Con i vici i Romani intendevano i villaggi costituiti probabilmente solo di capanne e depositi, entrambi fatti di legno, senza grandi difese murarie e stanziati nei fondi delle vallate, nelle zone pianeggianti o di mezza costa (comunque nelle vicinanze di un corso d’acqua) per scopi agricoli, di pascolo, di pesca, di commercio, di estrazione mineraria etc.

Pur avendone scoperti e studiati pochi a causa dell’intensiva urbanizzazione di queste aree, gli studiosi sono ormai convinti che gli stessi fossero in stretto contatto con i castellari limitrofi, poiché quest’ultimi, dalla loro posizione elevata, potevano controllare tutto il territorio e avvisare gli abitanti dei villaggi sottostanti di eventuali pericoli, forse con luci di torce o segnali di fumo.

Inoltre, se un esercito ostile marciava per attaccarli, essi potevano fuggire e mettersi in salvo con rapidità raggiungendo il castellaro più vicino.

Di questa tipologia di abitato un esempio è il villaggio dell’Età del Bronzo ritrovato a Genova nella zona di Stazione Brignole durante i lavori per la metropolitana.

I castella: i famosi castellari dei Ligures

I castellari, che vengono considerati dagli studiosi come uno degli elementi più tipici della presenza ligure nel territorio, sono un sistema di fortificazioni primitive di forma solitamente circolare o ellittica con funzioni difensive o di controllo del territorio.

Venivano costruiti edificando alti muri a secco con grandi massi, a volte anche ciclopici, su posizioni rialzate naturali come monti o colline; alcune volte poteva esservi inserita anche una primitiva torretta d’avvistamento.

Quando il castellaro non aveva una funzione militare (di controllo di un valico o di vie commerciali oppure di avvistamento), esso svolgeva il compito di rendere abitabile i ripidi pendii di colline e montagne.

Infatti, i muretti a secco creavano terrazzamenti artificiali dove i villaggi della tribù potevano essere stanziati stabilmente, mentre fuori si potevano portare ai pascoli il bestiame e dedicarsi con fatica alla coltivazione di un territorio per la maggior parte aspro e difficile.

La loro concentrazione massima è prevalentemente in Liguria e in Provenza e ciò è dovuto anche dall’espansione migratoria dei Celti intorno al 400 a.C. che fece arretrare i Ligures verso la parte più occidentale della loro terra.

Ancora oggi si possono trovare nel territorio ligure circa un centinaio di questi, con le rovine di alcuni ancora in buono stato, come ad esempio nell’imperiese a Monte Rocche, Monte Colma e Monte Bignone, nel savonese a Verezzi, Bric Reseghe e Bergeggi, nel genovesato a Bavari, Uscio e Camogli, nello spezzino a Zignago, Vezzola, Pignone, Castelfermo e Framura.

Ma la maggior quantità e meglio conservata è situata nel sud-est della Francia, soprattutto nella regione della Provenza-Alpi-Costa Azzurra, dove ne sono stati censiti oltre un migliaio, di cui tra i più importanti ci sono ad esempio quelli di Taradeau, di Escragnolles, di Nages-et-Solorgues, di Caisses de Jean-Jean, di Englugi, di La Malle, di Saint-Vallier, di Encourduoles e di Costantine.

Un sito degno di nota è anche quello di Guardamonte sul Monte Vallassa in provincia di Alessandria, che è anche uno dei pochi scoperti al momento nel Basso Piemonte.

Vi sono poi ancora oggi alcuni centri abitati che richiamano nel loro nome questi antichi insediamenti, come ad esempio il comune di Castellaro nell’imperiese, Castiglione Chiavarese nel genovesato, Castellar Guidobono e Castellar Ponzano nell’alessandrino e Castellar nel cuneese o Castellar in Francia nelle Alpi Marittime, Castellare di Casinca e Castellare di Mercurio in Corsica, e inoltre vi sono in Liguria tanti toponimi di monti, colline e località che portano il nome di Castellaro o Castelà.

Anche alcune città hanno nel proprio territorio riferimenti a questi antichi insediamenti: ne sono esempi la Collina di Castello a Genova e quella di Tortona, dove le relative tribù dei Genuati e dei Dertonini fondarono i loro villaggi fortificati.

Gli oppida: i centri decisionali delle tribù

Per oppida invece gli storici latini intendevano i centri principali delle tribù, piccole cittadelle fortificate costruite su zone elevate, nate dall’evoluzione dei castellari.

In questi avvenivano i traffici commerciali principali e venivano prese le decisioni più importanti tra i capi delle sottotribù e dei vari clan, ad esempio su questioni organizzative, militari etc., in grandi spazi aperti chiamati dai Romani conciliabula.

Ogni tribù aveva uno o più oppidum (in base alla conformazione del territorio), che potevano avere un nome iniziante con il prefisso identificativo alb-, se situati su posizioni elevate.

I principali sono stati:

  • Kaballion, l’odierna Cavaillon, per i Cavari,
  • presso Baou de Saint-Marcel e presso Saint-Blaise per i Segobrigi o Cenomani,
  • Vintium, l’odierna Vence, per i Nerusi,
  • Ernaginum, presso Tarascon, Intermontes, l’odierna Entremont, e Glanon, vicino a Saint-Rémy-de-Provence, per i Salluvi o Sali,
  • Deciatum, vicino a Antibes, per i Deciati,
  • Vediantiorum, l’odierna Cimiez, per i Vedianti,
  • Albium Intemelium, l’odierna Ventimiglia, per gli Intemeli,
  • Albium Ingaunum, l’odierna Albenga, per gli Ingauni, 
  • Alba Docilia, l’odierna Albisola Superiore, per i Docili,
  • Savo, l’odierna Savona, per i Sabazi, 
  • Hasta Veitorum, l’odierna Voltri, per i Vituri o Veituri,
  • Genua, l’odierna Genova, per i Genuati, 
  • Odia, l’odierna Orero, per gli Odiati, 
  • Segesta Tigulliorum, l’odierna Sestri Levante, e Tigullia, l’odierna Trigoso, per i Tigulli,
  • Apua, l’odierna Pontremoli, per gli Apuani,
  • Alba Pompeia, l’odierna Alba, Augusta Bagiennorum, l’odierna Bene Vagienna, e Baginas, l’odierna Bastia di Mondovì, per i Bagienni o Vagienni,
  • Pedona, l’odierna Borgo San Dalmazzo, per i Turi, 
  • Buria, l’odierna Burio, e Hasta, l’odierna Asti, gli Eburiati o Euburiati, 
  • Carystum, l’odierna Acqui Terme, per gli Stazielli,
  • Cavatum, l’odierna Gavi, per i Cavaturini,
  • Casmonium, l’odierna Castellazzo Bormida, e Ricina, l’odierna Recco, per i Casmonati,
  • Derthona, l’odierna Tortona, e Libarnaonium, per i Dertonini o Dectunini,
  • Vercellae, l’odierna Vercelli, per i Libui,
  • Taurasia, l’odierna Torino, per i Taurini,
  • Caburrum, l’odierna Cavour, per i Caburriati,
  • Laumellum, l’odierna Lomello, e Ticinum, l’odierna Pavia, per i Levi,
  • Clastidium, l’odierna Casteggio, per i Celeiati o Celini,
  • Cerdicia, l’odierna Carezzano, e Litubium, l’odierna Retorbido, per i Cerdiciati,
  • Suismontium, l’odierna Pietra Bismantova, per i Friniati,
  • Veleia, l’odierna Velleia Romana, per i Veleiati,
  • Excingomagus, l’odierna Exilles, Segusium, l’odierna Susa, per il Regno di Cozio.

Le Necropoli: il legame coi defunti e l’Aldilà

La quantità notevole di ritrovamenti di zone funerarie, da semplici tombe o tumuli a grandi necropoli, nei territori abitati dai Ligures fa intuire che fosse firte in loro il culto dei morti, legato probabilmente ad una visione dell’Aldilà di matrice celtica o etrusca, ovvero all’esistenza di un mondo parallelo ultraterreno dove il defunto avrebbe vissuto una nuova vita lontano dalle sofferenze e fatiche della vita materiale.

Nelle loro sepolture, infatti, insieme ai defunti venivano aggiunti oggetti di uso quotidiano, vestiti, gioielli, vasi e talvolta cibo, a dimostrazione di come gli scomparsi avrebbero avuto bisogno di tali risorse “nell’altra vita”.

In quelle dei guerrieri, invece, venivano inserite le armi e l’equipaggiamento militare che il defunto aveva utilizzato durante i combattimenti secondo uno speciale rito nel quale questi oggetti venivano resi inutilizzabili (le spade piegate, le lance spuntate e gli elmi e gli scudi rotti).

Ciò con molta probabilità aveva il significato sia di non rendere questo corredo bellico più impiegabile da nessuno, come se fosse stato un tutt’uno con il guerriero ormai non più vivo, sia simbolicamente di lasciare nella “pace eterna” il defunto dopo una vita di battaglie combattute con valore.

Le loro tombe di solito erano costruite a forma di cassette fatte con lastre di pietra presa dal territorio (ad esempio a Chiavari sono fatte in ardesia), poi ricoperte di terra in tumuli, mentre nelle necropoli sono state trovate strutture più complesse, ad esempio recinti circolari o rettangolari, dove più tombe (forse dello stesso nucleo famigliare o clan) vi erano posizionate.

All’interno delle tombe sono state ritrovate urne cinerarie in terracotta, che dimostrano come tra i Ligures vi fosse la pratica della cremazione dei corpi, forse trasmessa dai Celti o dagli Etruschi.

In Liguria le principali necropoli sono state scoperte presso il centro storico di Chiavari (con 126 sepolture), a Genova presso via XX Settembre nella zona fra piazza De Ferrari e il Ponte Monumentale (con 121 sepolture), a Genicciola presso Calice al Cornoviglio (con 80 sepolture) e a Cafaggio presso Ameglia (con 54 sepolture).

In Piemonte ad esempio sono state rinvenute una necropoli a Montabone in provincia di Asti (con 17 sepolture) e una a Vercelli.

Megalitismo e siti sacri: un punto di contatto con le altre culture antiche

Anche i Ligures, come molti popoli antichi, hanno eretto strutture megalitiche in luoghi reputati di forte valenza sacra: menhir, dolmen, cromlech e altri monumenti costruiti con pietre enormi si trovano disseminati per il loro territorio in punti di elevato livello energetico a dimostrazione della profonda connessione che essi avevano con la Natura e le sue forze più sottili.

Ma in molti non vi è solo un legame con Madre Terra e gli spiriti di alberi, monti, corsi d’acqua etc. ma anche una profonda relazione con Padre Cielo: dalle analisi gli studiosi hanno riscontrato orientamenti non casuali con i momenti principali del moto apparente del Sole (solstizi e equinozi), con i cicli lunari e pure con certe costellazioni o stelle.

Lungo i sentieri per arrivare a questi siti, alcuni studiosi hanno poi osservato delle “strane” pietre appoggiate (grosse pietre posate o per terra o su altre pietre) che non sembrano essere lì per cause naturali, visto che sono “fuori posto” rispetto al contesto ambientale circostante.

Ciò probabilmente era un astuto stratagemma dei Ligures per confondere i nemici e segnalare invece questi siti solo agli appartenenti alla propria tribù per agevolare l’orientamento nella fitta e impervia Natura del territorio, similmente a quanto facevano alcune tribù di Nativi Americani nelle zone desertiche.

Tra la moltitudine di reperti meritano di essere citati:

  • il menhir del Passo della Mezzaluna presso Molini di Triora;
  • il dolmen di Roccavignale presso Millesimo;
  • la protomeridiana del Parco dell’Adelasia presso Cairo Montenotte;
  • l’osservatorio astronomico di pietra di Bric Pinarella presso Finale Ligure;
  • il menhir con il presunto busto del dio Penn in Val Ponci presso Finale Ligure;
  • il cromlech e il recinto di pietre di Camporotondo presso Finale Ligure;
  • la Pietra dell’Orologio, il masso-calendario solare presso Alpicella;
  • il menhir con il presunto volto del dio Begu di Cian de Munega presso Varazze;
  • l’area sacrale, comprendente un circolo megalitico e un dolmen-altare, presso Rovegno;
  • il menhir di Tramonti presso La Spezia;
  • i Letti dei Santi, vasche rituali di acqua piovana, sulla Pietra Perduca presso Travo.

Meritano di essere trattate a parte per importanza e unicità la Strada Megalitica di Alpicella, il doppio volto megalitico di Borzone a Borzonasca, il sito della Farfalla Dorata sul Promontorio del Caprione, le statue stele della Lunigiana e l’ipogeo di Briaglia.

Della Strada Megalitica ne abbiamo già parlato in questo articolo.

I due Volti Megalitici di Borzonasca: dove antiche tradizioni si congiungono

Come spiegato nel video sul nostro canale Youtube, presso Borzonasca, in località Rocche di Borzone, sono presenti su un costone di roccia due volti scolpiti adiacenti alti 7 metri e larghi 4, il primo visibile dalla vallata, il secondo a fianco del primo verso una cavità della roccia, scoperto solo recentemente grazie al volo di un drone.

Gli studiosi sono ancora discordi su chi abbia scolpito queste figure enormi, in che modo sia riuscito a lavorare sulla parete a strapiombo e quali scopi avesse, così come la loro datazione: per alcuni queste sculture vanno collocate nel Medioevo intorno all’anno 1000, chi nell’Eneolitico (o Età del Rame) dal 3500 al 2000 a.C., chi nel Paleolitico superiore dal 20000 al 12000 a.C..

Tra le teorie più convincenti vi è quella che afferma che la faccia più visibile, e anche più consumata dagli eventi atmosferici, sia un’antichissima testimonianza dei Ligures, forse rappresentante il dio dei monti Penn a cui nella vallata vari sono i toponimi riferiti (Monte Penna, Torrente Penna etc.).

Il secondo, invece, sembra essere stato scolpito, con misure simili al primo, ma posteriormente dai monaci della vicina Abbazia di Sant’Andrea Apostolo di Borzone intorno all’anno 1000 per cristianizzare questo antico sito pagano e avrebbe le fattezze del volto del Christus Patiens, il Cristo sofferente, che espia i peccati degli uomini per la loro salvezza.

Il primo volto è visibile da tutta la zona e forse ha la funzione di essere come un nume protettivo per l’intera vallata e le montagne vicine, che i Ligures abitavano, coltivavano e usavano per l’alpeggio estivo.

E’ importante sottolineare che sui volti e sull’abbazia passa una delle leylines più importanti al mondo: la famosa Linea di San Michele, una linea energetica potentissima sulla quale sono stati costruiti i 7 santuari i principali dedicati al culto dell’Arcangelo, dall’Irlanda a Israele.

E probabilmente non è una coincidenza che agli antipodi della scultura (forse sulla continuazione della stessa Linea di San Michele) vi sia presente un altro volto megalitico di grandezza analoga: il Colosso di Whangape, situato nell’omonima zona nella regione di Hokianga sull’isola nord della Nuova Zelanda, anch’esso scolpito su un costone roccioso a strapiombo.

Anche a Davagna in località Dercogna è presente un presunto volto megalitico di eguale misure a quello di Borzonasca, ma, non essendo stati fatti al momento studi approfonditi, non si è ancora capito se sia opera dell’uomo o se sia una curiosa pareodolia.

Il Promontorio del Caprione: il monte sacro della Farfalla Dorata

Vicino Lerici, tra il Golfo di La Spezia e la Valle del Magra, si erge il Promontorio del Caprione, l’ultimo dei promontori liguri della riviera di levante.

Esso fin dall’antichità è stato considerato un luogo sacro di forte carica energetica, forse anche per la presenza di acque termali nella zona, e infatti nell’area si trovano menhir, altari, pietre modellate riferite a antichi culti legati alla fertilità, proto-osservatori celesti e cavanei.

Questi ultimi, conosciuti nel resto della Liguria col nome di caselle, sono antiche e misteriose costruzioni rurali circolari in pietra a secco, edificate con la tecnica della finta volta o a tholos (simili alle capitelles e alle gariottes occitane o ancora alle bories provenzali), le cui funzioni sono dibattute dagli studiosi: le teorie spaziano da semplici rifugi stagionali per pastori e depositi per attrezzi e vivande a osservatori solari.

Su questa ultima teoria si sono concentrati gli studi sul Cavaneo del Debbio nell’omonima frazione, dove si è documentato come la luce del sole al tramonto durante il Solstizio d’Inverno, entra sia dalla porta che da un’apertura sopra di essa, crei nel muro in fondo alla struttura una figura antropomorfa, forse un richiamo a qualche divinità solare come Belenos o Belanu.

Un fenomeno analogo compare anche nel punto più sacro di tutto il monte, dove è presente il Tetralite del Caprione della cosiddetta Farfalla Dorata e nelle cui vicinanze si trovano i ruderi della medioevale Chiesa di San Lorenzo ai Monti, costruita probabilmente come tentativo di cristianizzazione del sito.

Questa struttura megalitica è di incerta datazione (forse di 6.000 anni fa) e, come indica il nome, è formata da quattro grosse pietre dolomie (due verticali come stipiti, una a forma di rombo come architrave e una dietro adagiata su un fianco), il cui incavo tra queste crea un’affascinante e curioso gioco di luci che fa apparire nitidamente su un grande masso situato dalla parte opposta la figura di una farfalla dorata al tramonto durante il Solstizio d’Estate.

Una farfalla argentata invece viene a formarsi dai raggi lunari, che penetrano nell’incavo, prima dell’alba del Solstizio d’Inverno ogni 18 anni, ovvero completato un lunistizio maggiore maggiore (nel quale la luna raggiunge i punti più a nord e a sud del suo apparente percorso in cielo).

Molte sono le profonde implicazioni religiose riguardo la simbologia della farfalla come animale psicopompo, che fa da tramite tra il Mondo dei Vivi e quello dei Morti: i Celti credevano, ad esempio, che, quando l’anima umana lasciava il corpo per andare nell’Aldilà, si trasformava in una splendida farfalla.

Anche in altre culture megalitiche è presente questa simbologia come nel Solium di Calacuccia nella regione di Niolu in Corsica o come nell’Idolo della Farfalla della Valcamonica.

Un ultimo contatto con Padre Cielo nel Promontorio del Caprione riguarda la disposizione di alcuni siti megalitici: gli studiosi hanno rilevato che i cinque luoghi sacri di Canna Granda, San Lorenzo, Branzi, Cattafossi e Combara sarebbero disposti secondo la figura della Costellazione di Cassiopea.

Le Statue Stele della Lunigiana: misteriose sculture di matrice protoceltica

In Lunigiana, in un territorio compreso tra le rovine della romana Luni e l’odierna Pontremoli, sono state rinvenute circa 80 stele antropomorfe, rappresentanti uomini e donne con tratti somatici stilizzati, i primi con in mano armi come pugnali o asce e le seconde con seni in evidenza o con indosso gioielli come ad esempio collari.

Gli archeologi le hanno suddivise in tre tipologie, in base al presunto periodo di realizzazione (dal terzo millennio a.C. fino al primo) e alla qualità dei dettagli che aumenta più si avanza nel tempo.

Com’è enigmatica l’espressione delle Statue Stele, così risulta ancora non chiara agli studiosi la loro funzione, in quanto potrebbero essere state monumenti funebri oppure rappresentazioni di eroi-dei e grandi madri a protezione di sentieri e di luoghi particolari nel territorio, come ad esempio aree sacre o centri di insediamento.

Analizzando il terzo tipo, che è il più recente e quello meglio lavorato sotto l’aspetto artistico, si notano analogie con la statua protoceltica del Guerriero di Hirschlanden presso Stoccarda in Germania, la cui somiglianza in molti tratti soprattutto nell’iconografia delle braccia e delle armi è sorprendente, mettendo in relazione le Statue Stele della Lunigiana a un altro manufatto riferito alla cosiddetta Cultura di Hallstatt: la Strada Megalitica di Alpicella.

A livello iconografico nelle Statue Stele del primo tipo, che sono le più rozze e antiche, la testa è attaccata in un tutt’uno al corpo senza collo, mentre in quelle del secondo è presente, invece, la peculiare e famosa testa “a cappello di carabiniere” (che ricorda una specie di aura), in quanto nella cultura dei Ligures, influenzata da quella celtica, si credeva che nella testa vi fosse la sede dello spirito e della forza.

L’Ipogeo di Briaglia: una Newgrange italiana

Nel 1971 nei boschi tra Mondovì e Vicoforte in provincia di Cuneo furono ritrovate alcune statue stele abbozzate con figure umane e di animali e menhir (famosa quella che sembra rappresentare un cinghiale), di cui alcuni furono poi considerati non modellate dall’uomo ma di origine naturale, anche se nella zona la scoperta più importante fu quella di una struttura scavata nella marna nel fianco di una collina: il cosiddetto Ipogeo di Casnea a Briaglia.

Il sito venne datato intorno a 3.000 anni fa (durante l’Età del Ferro) ed era composto da un’entrata ad architrave, un lungo corridoio di circa 15 metri, due stanze ancora con tracce di ocra rossa alle pareti, in una contenente anche un pozzo sacro a forma di mezzaluna.

Dibattuta è la funzione della struttura, ovvero se fosse una tomba o un luogo di culto, in quanto è stato documentato che, similmente al tumulo irlandese di Newgrange, la luce solare entra dentro al corridoio durante il sorgere del sole al Solstizio d’Inverno e va a illuminare nel fondo del corridoio la stanza con il pozzo, dove l’acqua crea giochi di luce,

Forse il pozzo sacro con la sua acqua (che è presente ancora oggi dopo così tanto tempo) serviva per dei riti di purificazione e rinascita legati anche alla vittoria della luce sulle tenebre e ai cicli della Natura, in quanto, come in altri siti megalitici dei Ligures, vi è un legame molto forte col Sole durante il Solstizio e probabilmente anche al culto del dio Belenos o Belanu.

Da alcuni esperimenti eseguiti sembra, inoltre, che l’ipogeo abbia una struttura capace di rifrangere e amplificare le vibrazioni emesse dai suoni e ció potrebbe non essere una semplice coincidenza, poiché poteva avere una valenza ritualistica in relazione ai giochi di luce creati dall’acqua presente nel pozzo.

Anche in questa costruzione le energie sottili sono molto alte, soprattutto durante l’entrata del Sole al Solstizio, ma ció non va che ulteriormente a confermare come, diversamente da noi uomini moderni, i nostri Antenati percepivano questi potenti flussi energetici ed avevano imparato ad usarli.

Il Mont Bégo e la Vallée des Merveilles: un antichissimo santuario scolpito nella pietra

Quando Clarence Bicknell, filantropo e studioso inglese, tra la fine dell’ottocento e gli inizi del novecento, cominciò una paziente e metodica catalogazione delle incisioni rupestri trovate sul Mont Bégo e nelle vallate limitrofe, il mondo archeologico poté iniziare a studiare uno dei luoghi più sacri dell’antica Liguria.

Oggi di petroglifi se ne contano oltre 50.000 distribuiti in circa 23 siti in un’area di 40 km2 dalle Alpi Marittime (soprattutto in Francia ma anche in misura minore in Italia nel cuneese) tra la Vallée des Merveilles, la Vallée de Fontanalbe, la Vallaurette, il Col du Sabion, il Lago di Santa Maria, la Valmasque e il Lago Vej del Bouc.

Gli studiosi hanno catalogato due gruppi diversi di incisioni e una di pitture: 

  • un primo gruppo il più cospicuo (quasi 40.000 petroglifi), eseguito con punta litica o metallica mediante percussione e picchiettatura, di età compresa dal tardo Neolitico all’età del Bronzo (dal 5500 al 1600 a.C.), con maggiore concentrazione durante l’età del Rame (dal 3300 al 1800 a.C.), con rappresentazioni di figure cornute, aratri, armi (pugnali, spade, alabarde, asce etc.) e strumenti d’uso (falci, martelli, vomeri etc.) raffigurati in dimensioni originali, figure umane, capanne e poderi, pelli e segni geometrici;
  • un secondo gruppo molto più ridotto (circa 10.000 petroglifi), eseguito con punta metallica ma incisa sulla pietra come graffiti o filiformi, alcuni di probabile origine preistorica ma la maggior parte di epoca romana, medioevale e moderna, rappresentante fasci di linee, alberiformi, presunti antropomorfi, segni a pettine, a meandro, a zig-zag, a scaletta, figure reticolate, uccelli, personaggi in abiti medioevali, nomi e date;
  • un piccolo nucleo di pitture rupestri del tardo Neolitico eseguite con l’ocra rossa, nel quale viene rappresentata la caccia con l’arco allo stambecco, dove una figura più grande, probabilmente un dio, propizia e protegge l’azione degli uomini.

Tra le incisioni la metà (circa 25.000) sono raffigurazioni schematiche di bovini da soli o in coppia sotto al giogo, alcune anche con esseri umani che li guidano durante l’aratura dei campi, di cui spesso vengono rappresentate solo le corna (in queste alcuni studiosi vedono anche quelle di altri animali tra cui l’ariete).

Le più famose raffigurazioni rimangono comunque quelle dei cosiddetti: Mago delle Onde di Roccia, uno sciamano con due pugnali in mano intento in qualche rito, Capo Tribù, forse una divinità che viene colpita alla testa da un pugnale e viene venerata forse da una piccola figura umana, Volto di Cristo, un tentativo, insieme a altre incisioni a forma di croce, di cristianizzazione dell’area.

Anche alcuni toponimi, come in molti siti megalitici o comunque legati a antichi culti pagani, indicano che la zona in epoca cristiana veniva vista con superstizione e paura: Lacs du Diable, Cime du Diable, Pas du Diable, Val d’Infern, Cime de la Maledie, Valmasque (Valmasca in italiano e la masca era la strega nella tradizione popolare) e Vallée des Merveilles (le “meraviglie” a cui fa riferimento il nome non sono positive sorprese, ma prodigi inspiegabili di natura occulta).

Le autorità religiose cristiane cercarono allora di “esorcizzare” questa zona reputata maledetta inserendovi toponimi come Mont Sainte-Marie.

Anche la toponomastica, quindi, conferma l’importanza del sito, che gli studiosi concordano essere stato uno dei più grandi e importanti santuari degli uomini primitivi e poi dei Ligures, dove per millenni pastori che portavano all’alpeggio i propri greggi e sacerdoti-sciamani hanno scolpito la maggior parte delle figure con intenti legati a culti antichissimi ormai persi nella notte dei tempi.

Il nome Bégo, come anche quello di un altro monte sacro, il Beigua, sembra derivare da un’antica divinità “cornuta”, il dio Begu o Baigus, che molto probabilmente era il custode delle temibili e potenti forze della Natura, e che bisognava invocare per avere protezione e fertilità per il proprio clan, il bestiame e il raccolto, in riti legati sicuramente legati al periodo estivo, nel quale si praticava l’alpeggio montano.

Infatti, tutte le raffigurazioni di corna, di bovini e forse anche dello stesso Capo Tribù (che contiene anch’esso simboli cornuti e che viene colpito alla testa da un pugnale, perchè dal suo sangue derivi la fecondità della Natura) sono rappresentazioni di questa divinità, che doveva essere considerata tra le più importanti visto che esotericamente le corna sono un simbolo di forza e regalità.

Il culto del toro è presente anche in molte antiche civiltà: ad esempio gli Egizi veneravano a Menfi il sacro toro Apis, simbolo della forza del faraone e della rinascita della natura, presso i Micenei vi era un culto taurino che rieccheggia nella famosa leggenda del Minotauro e che riguardava combattimenti rituali (la tauromachia), pure il dio di origini persiane Mitra viene raffigurato mentre uccide un toro per dare vita e fertilità alla terra (tauroctonia), gli Induisti venerano ancora oggi il sacro toro Nandi del dio Shiva, simbolo supremo di forza, fertilità e purezza, e perfino il toponimo Italia ha un’origine etimologica dalla parola italos che significa “toro”.

Come in tantissimi siti antichi del mondo, anche nei petroglifi del Mont Bégo è presente l’evoluzione della religione dagli antichi culti legati a Madre Terra e a quelli riferiti a Padre Cielo e soprattutto al Sole, infatti vi sono raffigurazioni di croci e altri simboli solari, forse riferiti al dio di origini celtiche Belenos o Belanu.

In Liguria vi sono, però, anche altri luoghi dove si trovano incisioni rupestri che sono attribuite agli antichi Ligures: nella zona del Monte Beigua tra Urbe e Sassello sulla Grande Roccia, la Pietra Scritta, la Roccia del Dolmen e la Roccia della Biscia sono presenti petroglifi a forma di phi, cruciformi, stellate o vulvari, nella zona di Acquasanta in località Giutte dal Bric Caramello sono presenti la Pietra delle Coppelle, ricoperta da un centinaio di cavità rotonde (le coppelle) e figure geometriche stilizzate, e una roccia a forma di tetraedro con 35 coppelle e alcuni affilatoi a polissoir, mentre nell’entroterra finalese presso Orco Feglino è presente il Ciappu de Cunche dove sono incise una gran quantità di vasche, canalette e coppelle ritualistiche oltreché figure antropomorfe stilizzate, un asterisco solare, rettangoli compartimentati (simili a quelli del Mont Bégo) e anche figure di treni e navi ovviamente di chiara origine moderna.

I toponimi: il legame tra la lingua e il territorio

Uno dei lasciti più cospicui che gli antichi Ligures ci hanno tramandato è presente nei toponimi sparsi per il territorio: nei nomi di città, monti, fiumi, vallate etc. possiamo trovare ancora oggi parecchie tracce che si riferiscono alla loro lingua, di cui si conosce non molto visto che abbiamo solo poche e frammentarie notizie da parte di storici romani o greci, oltreché l’importantissimo documento della Tavola di Polcevera.

Inoltre, il dominio romano (che ha modificato i nomi delle città e dei luoghi) e le invasioni barbaricheo di etnie di matrice celtica, germanica etc. hanno ulteriormente reso difficile ricostruire questo lascito linguistico, riuscendo a filtrare ciò che è originale da ció che è spurio.

Visti i numerosissimi nomi che derivano dalla lingua dei Ligures, è impresa quasi impossibile redigere un elenco veramente completo, pertanto quanto riportato qui di seguito è solo una lista parziale.

Dell’origine del toponimo di Genova ne abbiamo parlato in questo articolo.

  • Il suffisso -asc usato per indicare l’appartenenza ad un luogo legato all’acqua o proprio un corso d’acqua,

in Liguria abbiamo

  1. in provincia di Genova: Amborzasco, Baia di Niasca, Bargonasco, Bogliasco, Borlasca, Borzonasca, Bric Roncasci, Caiasca, Camposasco, Candiasco, Canfernasca, Carasco, Cerviasca, Cravasco, Cravasco di Montoggio, Craviasco, Langasco, Magnasco, Mascherona, Massasco, Monte Maggiorasca, Marassi (Marasci), Monte Pinasco, Monte Poggiasco, Morasco, Pezzonasca, Rio Camiasca, Rio Concasca, Rio Molinassi (Molinasci), Rio Rialasco, Teriasca, Trasta (Trasca), Trensasco,
  2. in provincia di Imperia: Candeasco, Lucinasco, Nirasca,
  3. in provincia di La Spezia: Caraschi, Marinasco, Piampotasco, Pogliasca, Provasco, Torrente Durasca, Valdurasca,
  4. in provincia di Savona: Arnasco, Chiapporasca, Isasco, Monte Pasasco, Rio Basco, Roviasca, Sciarborasca, Torrente Riobasco, Vegliasco,

in Piemonte abbiamo

  1. in provincia di Alessandria: Albarasca, Avolasca, Biagasco, Bergamasco, Camincasca, Casasco, Cheirasca, Colle Ombrasco, Cornigliasca, Gremiasco, Martinasco, Morsasco, Prasco, Rio Carbonasca, Rio Ravanasco, Torrente Agnellasca, Torrente Riasco,
  2. in provincia di Asti: Bagnasco di Montafia, Camerano Casasco, Cassinasco, Moasca, Revigliasco d’Asti,
  3. in provincia di Biella: Colle della Gragliasca,
  4. in provincia di Cuneo: Agliasco, Bagnasco, Bossolasco, Brossasco, Cervasca, Cervignasco, Cherasco, Gambasca, Isasca, Lagnasco, Piasco, Rio Mollasco, Rio Cornaschi, Roaschia, Roascio, San Rocco Cherasca, Tarantasca, Torrente Cherasca, Venasca, Vottignasco,
  5. in provincia di Novara: Grignasco, Torrente Mainasca, Torrente Tiasca,
  6. in provincia di Torino: Airasca, Beinasco, Brusasco, Buasca, Buriasco, Cercenasco, Frossasco, Grugliasco, Lombriasco, Mercenasco, Noasca, Osasco, Pinasca, Piossasco, Revigliasco Torinese, Tavagnasco, Torrente Germanasca, Torrente Subiasco, 
  7. in provincia di Verbano-Cusio-Ossola: Alpe Camasca, Calasca-Castiglione, Cambiasca, Cima della Laurasca, Cosasca, Lago di Morasco, Messasca, Monte Briasco, Pregliasca, Rivasco, Torrente Cairasca, Ungiasca, Val Camiasca, Valle Anzasca, Valle Intrasca,
  8. in provincia di Vercelli: Civiasco, Monte Briasco, Rimasco, Romagnasco, Salasco,

in Lombardia abbiamo

  1. in provincia di Bergamo: Monte Grabiasca,
  2. in provincia di Brescia: Monte Aviasco,
  3. in provincia di Como: Alpe Temnasco, Arcellasco, Bernasca, Caiasco, Camnasco, Casasco d’Intelvi, Caslascio, Castlasc, Cavallasca, Cresciasca, Dizzasco, Fino Mornasco, Gallasco, Gilasca, Limontasca, Macciasca, Monte Garnasca, Monte Caiasco, Monte Perdonasco, Pizzo Cavregasco, Rovasco, Rovellasca, Torrente Valbasca, Val Rovasca,
  4. in provincia di Cremona: Casalasco, Fiume Morbasco, Livrasco, Porcellasco, Vidolasco, Villasco,
  5. in provincia di Lecco: Camisasca, Parlasco, Somasca, Val Muggiasca,
  6. in provincia di Lodi: Basiasco, Borasca,
  7. in provincia di Milano: Binasco, Buccinasco, Calvignasco, Cascina Poglianasca,
  8. in provincia di Monza e Brianza: Velasca,
  9. in provincia di Pavia: Bornasco, Bosnasco, Donelasco, Garlasco, Godiasco Salice Terme, Martinasca, Rio Mattasca, Rosasco, Soriasco, Zinasco,
  10. in provincia di Sondrio: Ca’ Runcasch, Cedrasco, Lago di Bernasca, Monte Borlasca, Pizzo Turbinasca, Torrente Madrasco, Torrente Malasca, Torrente Rezzalasco, Torrente Roasco, Val Mengasca, Val Salubiasca,
  11. in provincia di Varese: Bernasca, Cugliate-Fabiasco, Monteviasco, Veddasca,

in Emilia-Romagna abbiamo

  1. provincia di Parma: Cacciarasca, Carpadasco, Monte Roccabiasca,
  2. in provincia di Piacenza: Bacedasco, Bosonasco, Calendasco, Carisasca, Lusurasco, Monte Busasca, Morasco, Ponte Organasco, Sarmadasco, Torrente Curiasca, Vernasca, Vignasco, Virasco,
  3. in provincia di Reggio Emilia: Costa del Mainasco,

in Toscana abbiamo:

  1. in provincia di Livorno: Asca, Borandasco, Martinasche, Soleasco,
  2. in provincia di Lucca: Casabasciana, Fornovolasco,
  3. in provincia di Massa-Carrara: Barbarasco, Tarasco,

in Valle d’Aosta abbiamo:

  1. Barmasc, Fontanasc, Périasc,

in Svizzera abbiamo

  1. nel Canton Grigioni: Fiume Bondasca,
  2. nel Canton Ticino: Biasca, Camnasch, Capriasca, Cugnasco-Gerra, Giubiasco, Lago di Alzasca, Purasca, Sommascona, Verzasca, Vignasca,

in Francia abbiamo

  1. in Corsica: Asco, Bagnasca, Martinasche, Monte Aragnasco, Palasca, Venzolasca,
  2. in Occitania: Tarascon-Sur-Ariège,
  3. in Provenza-Alpi-Costa Azzurra; Blausasc, Gréasque, Pelasque, Tarascon, Torrent Gordolasque, Vallon de Valmasque, Venasque.
  1. Anche alcuni aggettivi riferiti ai luoghi terminano con questa desinenza come ad esempio: in Liguria Brigasco, Pignasco, Rivierasco, Taggiasco, in Piemonte Ormeasco, in Lombardia Bergamasco, Chiavennasco, Ciarlasco, Comasco, Cremasco, Livignasc, Sondrasco, in Toscana Zerasco, nel Principato di Monaco Monegasco e in Francia Mentonasco, Roiasco, Tendasco.

  • Il prefisso alb- usato per indicare i centri tribali situati su zone elevate,

in Liguria abbiamo

  1. in provincia di Savona: Albenga, Albisola Superiore,

in Piemonte abbiamo

  1. in provincia di Alessandria: Albera Ligure,
  2. in provincia di Cuneo: Alba,

in Lombardia abbiamo

  1. in provincia di Como: Albavilla, Albese con Cassano, Albiolo, Albogasio,
  2. in provincia di Pavia: Albonese,
  3. in provincia di Sondrio: Albosaggia,

in Emilia Romagna abbiamo

  1. in provincia di Reggio Emilia: Albinea,

in Francia abbiamo:

  1. in Alvernia-Rodano-Alpi: Alba-la-Romaine,
  2. in Occitania: Alban, Albi,
  3. in Provenza-Alpi-Costa Azzurra: Plateau d’Albion.

  • Il prefisso alp- usato per indicare pascoli di altura,
  1. Alpi,

in Liguria abbiamo

  1. in provincia di Genova: Alpe di Gorreto, Alpe di Vobbia, Alpepiana, Alpicella d’Aveto, Alpicella del Brugneto, Monte Alfeo, Monte Alpesisa, Monte Alpicella,
  2. in provincia di Imperia: Torre Alpicella, Alpe Pian Latte,
  3. in provincia di La Spezia: Passo Alpicella,
  4. in provincia di Savona: Alpicella, Bric Alpicella,

in Lombardia abbiamo

  1. in provincia di Pavia: Monte Alpe,

in Toscana abbiamo:

  1. Alpi Apuane,

in Emilia Romagna abbiamo

  1. in provincia di Modena: Monte Alpesigola,
  2. in provincia di Reggio Emilia: Alpe di Cusna, Alpe di Succiso.

  • Il prefisso pen- riferito al dio Penn e usato per indicare alte vette o luoghi montani sacri,
  1. Appennino,

in Liguria abbiamo

  1. in provincia di Genova: Monte Penello, Monte Pennone, Pentema,
  2. in provincia di Savona: Pila delle Penne,

in Piemonte abbiamo

  1. in provincia di Cuneo: Bric della Penna, Monte Pennino, Pizzo delle Penne, Rocca delle Penne, Val Pennavaira,
  2. in provincia Torino: Rocca Penna,

in Emilia Romagna abbiamo

  1. in provincia di Parma: Monte Penna,
  2. in provincia di Piacenza: Monte Penice,

in Francia abbiamo

  1. in Alvernia-Rodano-Alpi: Penne-sur-l’Ouvèze,
  2. in Occitania: Lapenne, Penne,
  3. in Provenza-Alpi-Costa Azzurra: Gorges de Pennafort, La Penne, La Penne-sur-Huveaune, Les Pennes-Mirabeau.

  • Il termine bric usato per indicare una cima montuosa,

in Liguria abbiamo

  1. in provincia di Genova: Bric Camulà, Bric Ciurli, Bric del Dente, Bric del Terma, Bric delle Camere, Bric di Guana, Bric Nasciu, Bric Orologio, Bric Pidocchio, Bric Rondanina, Bric Teiolo etc.,
  2. in provincia di Imperia: Bric Castellaccio, Bric Montin etc.,
  3. in provincia di La Spezia: Bracco, Bric Castrovecchio etc.,
  4. in provincia di Savona: Bric Agnellino, Bric Berton, Bric Camulera, Bric dei Crovi, Bric del Bastione, Bric del Tesoro, Bric della Croce, Bric Gettina, Bric Reseghe, Bric Resonau etc.,

in Piemonte abbiamo

  1. in provincia di Asti: Bric dell’Usignolo, Bric Puschera etc.,
  2. in provincia di Cuneo: Bric Agrifoglio, Bric Castea, Bric Ciarandella, Bric Costa Rossa, Bric della Penna, Bric dello Schiavo, Bric di Viola, Bric La Plata, Bric Mindino, Bric Mondino, Bricchetto etc.,
  3. in provincia di Torino: Bric Bucie, Bric del Vaj, Bric della Croce, Bric della Maddalena, Bric di Mezzogiorno, Bric Ghinivert, Bric Rosso, Bricherasio etc.,

in Francia abbiamo

  1. in Provenza-Alpi-Costa Azzurra: Bric de Rubren, Bric Froid etc..

  • Il prefisso car- usato per indicare un luogo roccioso,
  1. il termine carruggio forse deriva da car- (“pietra“) e ruga (“strada“)

in Liguria abbiamo

  1. in provincia di Genova: Carasco, Caroso, Monte Caravaggio, Monte Carnella,
  2. in provincia di Imperia: Caramagna Ligure, Caravonica, Carmo dei Brocchi, Carpasio, Rio Carne,
  3. in provincia di La Spezia: Caranza,
  4. in provincia di Savona: Cairo Montenotte, Caragna, Carpeneto, Monte Carmo di Loano, Rocca Carpanea,

in Piemonte abbiamo

  1. in provincia di Alessandria: Carentino, Carezzano, Carrega Ligure, Carrosio, Cartosio, Monte Carmo, Quartiere Cristo di Alessandria,
  2. in provincia di Cuneo: Caire Barel, Caire Ciamberline, Caire del Muraion, Caraglio, Caramagna Piemonte, Carnino,
  3. in provincia di Torino: Chieri (Carreum Potentia),

in Toscana abbiamo

  1. in provincia di Massa-Carrara: Carrara,

in Emilia Romagna abbiamo

  1. in provincia di Piacenza: Monte Carameto,

in Francia abbiamo

  1. in Provenza-Alpi-Costa Azzurra: Caire Archas, Caire Gros, Carros, Petit Caire etc..

  • Il prefisso balm- / barm- o alm- / arm- usato per indicare una grotta o un riparo sottoroccia,

in Liguria abbiamo

  1. in provincia Imperia: Arma, Arma della Gastea, Arma dello Stefanin, Arma di Taggia, Armo, Barma Grande etc.,
  2. in provincia Savona: Arma dell’Anima, Arma delle Manie, Arma della Moretta, Arma Strapatente, Arma Veirana, Monte Armetta etc.,

in Piemonte abbiamo

  1. in provincia di Biella: Balma delle Basse, Cima della Balmetta, Colle della Barma, Punta della Barma,
  2. in provincia di Cuneo: Arma della Colombara, Arma della Porta, Balma Boves, Balma d’Ros, Barma Grande, Gias La Barmetta, Monte Armardo, Pian dell’Arma, Roches de La Balmassa, Ruaa La Balma etc.,
  3. in provincia di Torino: Alpe Balmafol, Alpeggio Balmetta, Balma, Balme, Barma d’Aut, Barma Mondon, Barma Scura, Roc Balmarossa etc.,
  4. in provincia di Verbano-Cusio-Ossola: Bubisbalma, Falesia La Balmetta, Falesia di Balmafregia,
  5. in provincia di Vercelli: Alpe Balmelle, Balmuccia,

in Lombardia abbiamo

  1. in provincia di Brescia: Armea,
  2. in provincia di Varese: Balmuccia,

in Valle d’Aosta abbiamo:

  1. Barmachande, Barmasc, Barmasse, Barmaz, Barme, Grange de Barme, La Balme etc.,

in Francia abbiamo

  1. in Alvernia-Rodano-Alpi: Barme Rousse, La Balme-les-Grottes,
  2. in Provenza-Alpi-Costa Azzurra: Balmette.

  • Il suffisso -anc usato per indicare un luogo stretto e infossato

in Liguria abbiamo

  1. in provincia di Genova: Buranco de Strie,
  2. in provincia di La Spezia: Rio Buranco,
  3. in provincia di Savona: Buranchino del Giogo, Buranco de Dotte, Buranco della Pagliarina, Buranco di Bardineto, Buranco di San Pietro, Buranco du Stringa, Buranco Rampiun, Ranco etc.,

in Piemonte abbiamo

  1. in provincia di Cuneo: Rocce del Manco.

  • Il prefisso borm- usato per indicare un luogo di acqua calda termale (che ribolle)

in Liguria abbiamo

  1. in provincia di Imperia: Burmu,
  2. in provincia di Savona: Bormida,

in Lombardia abbiamo

  1. in provincia di Sondrio: Bormio.

  • Il suffisso -ber / -bor usato per indicare un corso d’acqua che scorre impetuoso,

in Liguria abbiamo

  1. in provincia di Genova: Torrente Arbora, Torrente Polcevera,
  2. in provincia di Imperia: Torrente Barbaira, Torrente Bevera,
  3. in provincia di La Spezia: Torrente Orbora,
  4. in provincia di Savona: Rio Barbona, Rio Barca, Rio Torbora, Torrente Reborgo,

in Piemonte abbiamo

  1. in provincia di Alessandria: Rio Barcara, Torrente Borbera, Torrente Torbora,
  2. in provincia di Cuneo: Rio Berria, Torrente Borbore,

in Emilia Romagna abbiamo

  1. in provincia di Parma: Torrente Dorbora,
  2. in provincia di Piacenza: Torrente Dorbera.

  • Il prefisso var– usato per indicare un corso d’acqua o un luogo con risorse idriche,

in Liguria abbiamo

  1. in provincia di Genova: Torrente Varenna,
  2. in provincia di La Spezia: Torrente Vara, Varese Ligure, Varignano,
  3. in provincia di Savona: Torrente Varatella, Vara Inferiore, Vara Superiore, Varigotti,

in Piemonte abbiamo

  1. in provincia di Alessandria: Variana, Variano, Varinella,
  2. in provincia di Cuneo: Torrente Varaita,
  3. in provincia di Vercelli: Varallo,

in Lombardia abbiamo

  1. in provincia di Lecco: Varenna,
  2. in provincia di Pavia: Varsaia, Varzi, Versa (l’antica Varusa),
  3. in provincia di Varese Varese,

in Emilia Romagna abbiamo

  1. in provincia di Parma: Varsi,

in Francia abbiamo

  1. in Provenza-Alpi-Costa Azzurra: Fiume Var.

  • Dal termine lanka (“collina“) derivano in provincia di Genova Langasco e Punta Langan, in provincia di Imperia Colla di Langan e Carmo Langan, nel Basso Piemonte il territorio delle Langhe in provincia di Parma Langhirano.

  • Dal prefisso stur- (“scorrere con forza“) derivano in provincia di Genova Torrente Sturla, Torrente Sturla di Carasco, in provincia di La Spezia Torrente Stora, in provincia di Alessandria Torrente Stura e Torrente Stura del Monferrato, in provincia di Cuneo Fiume Stura di Demonte, in provincia di Torino Torrente Stura di Ala, Torrente Stura di Lanzo, Torrente Stura di Valgrande e Torrente Stura di Viù, in provincia di Vercelli Roggia di Stura.

  • Dal suffisso -enna (“corso d’acqua“) derivano in provincia di Genova Torrente Brevenna (che contiene anche il prefisso brev- col significato di “vento freddo“), Torrente Penna, Torrente Varenna, in provincia di Torino Rio Crosenna, in provincia di Lecco Varenna, in provincia di Sondrio Chiavenna, in provincia di Modena Torrente Rossenna e Torrente Scoltenna, in provincia di Piacenza Torrente Chiavenna.

  • Dal suffisso -dun / -don (“villaggio fortificato“) derivano in privincia di La Spezia Camedone, in provincia di Cuneo Verduno.

  • Savona deriverebbe o dalla radice sav- (“zona umida” o “raccolta d’acqua“) o dal nome della dea celtica delle acque Souconna, da cui deriva il nome di un’affluente del Rodano, il fiume Saona.

  • Asti, l’antica Hasta, deriva dal termine ast (“altura“).

  • Tortona, l’antica Derthona, deriva dal termine derton (“castello“).

  • L’antica città di Libarna deriverebbe dalla radice lib- (“pianura“).

  • Deiva Marina in provincia di La Spezia e Foresta della Deiva in provincia di Savona deriverebbero dal termine dewa (“corrente d’acqua“).

  • Camogli in provincia di Genova (l’antica Villa Camuli), Bric Camulà e Bric Camulera in provincia di Savona deriverebbero dal dio della guerra Camulos.

  • Il Monte Tarinè in provincia di Savona deriverebbe dal dio dei tuoni Tarinas.

  • I Monte Beigua in provincia di Savona e Mont Bégo in Francia, regione Provenza-Alpi-Costa Azzurra, deriverebbero dal dio delle forze della Natura Begu o Baigus.

  • Il Fiume Trebbia in provincia di Piacenza deriverebbe dal termine trebo (“insediamento“).

  • Il Torrente Pernecco in provincia di Genova deriverebbe dal termine perno (“quercia“).

  • La frazione Beleno del comune di Sant’Olcese in provincia di Genova deriverebbe dal dio solare Belenos o Belanu.

In alcuni toponimi sono presenti echi dei nomi delle tribù dei Ligures come ce li hanno tramandati i Romani:

  • dagli Intemeli in provincia di Imperia Ventimiglia (l’antica Albium Intemelium),
  • dagli Ingauni in provincia di Savona Albenga (l’antica Albium Ingaunum),
  • dai Vituri in provincia di Genova Voltri (l’antica Hasta Veiturium),
  • dagli Odiati in provincia di Genova Orero (l’antica Odia),
  • dai Tigulli in provincia di Genova il Tigullio e Trigoso (l’antica Tigullia),
  • dai Bagienni o Vagienni in provincia di Cuneo Bene Vagienna (l’antica Augusta Bagiennorum),
  • dagli Eburiati in provincia di Asti Burio (l’antica Buria),
  • dai Gabieni in provincia di Alessandria la stessa Gabiano,
  • dai Cavaturini in provincia di Alessandria Cavatore, Gavi (l’antica Cavatum),
  • dai Libui in provincia di Novara Livorno Ferraris,
  • dai Taurini in provincia di Torino la stessa Torino (l’antica Augusta Taurinorum),
  • dai Caburriati in provincia di Torino Cavour (l’antica Caburrum),
  • dai Levi in provincia di Genova Leivi e Levaggi, in provincia di Pavia Lomello (l’antica Laumellum) e in provincia di Verbano-Cusio-Ossola Levo,
  • dai Marici in provincia di Alessandria Bosco Marengo, Pietra Marazzi, Spinetta Marengo e in provincia di Pavia Vicomarito,
  • dai Friniati in provincia di Modena Frignano,
  • dai Veleiati o Ilvati in provincia di Piacenza Velleia Romana (l’antica Veleia) e in provincia di Livorno l’Isola d’Elba (l’antica Ilva),
  • dagli Apuani le Alpi Apuane,
  • dal Regno di Cozio le Alpi Cozie.

  • Anche il famoso intercalare ligure belin o belandi deriverebbe da un’antica esclamazione al dio solare Belenos o Belanu.

Un’eredità da riscoprire a cui riconnetterci

Speriamo che questo articolo abbia dato un piccolo contributo a chi non conosceva l’argomento e possa averlo incuriosito a continuare la ricerca delle tracce lasciateci dai Ligures, che molto spesso si trovano proprio davanti a noi.

Riscoprire le antiche tradizioni dei nostri Avi è molto importante al giorno d’oggi dove si evidenzia una forte perdita di connessione con le proprie radici, con la Natura e il Cosmo.

Se riusciremo a riscoprire queste energie profonde, a comprenderle e a viverle, forse capiremo meglio chi siamo e il posto che occupiamo nel flusso della Vita.

E finalmente scopriremo che ogni creatura è un nostro fratello e sorella da rispettare e onorare, perché come dicevano gli Antenati Nord-Americani: siamo tutti connessi!

Vuoi viaggiare insieme a noi?

Noi di Ohana non ci fermiamo mai e durante tutto l’anno proponiamo eventi legati al territorio per continuare un lavoro energetico profondo insieme.

Insieme a noi, riscoprerai il valore di camminare sulla terra, di sentirla come una casa accogliente che ti ha permesso di creare la realtà che hai sempre desiderato.

Che tu sia genovese oppure no, certi luoghi rimangono nel cuore, proprio per la loro magia.

Abbiamo iniziato con il territorio a noi più caro, quello che custodisce le nostre radici: la Liguria.

Pian piano riscopriremo il legame gli i nostri Antenati avevano nei confronti di un territorio e scopriremo insieme come edificavano onorando il posto che avevano scelto come loro casa.

I Ligures, il popolo che ha custodito queste colline per molto tempo, sono i nostri Antenati e insieme a loro abbiamo viaggiato sul loro stesso sentiero.

Non dimenticare di continuare a seguirci sui social per scoprire i prossimi eventi a riguardo. Ti aspettiamo 🙂

Eleonora e Renato intenti a preparare i prossimi eventi di Ohana davanti al pc

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